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Enrique Mazzola: "Abbiamo paura, ma suoneremo"

La testimonianza da Parigi del direttore dell’Orchestre National d’Île de France, già direttore del Cantiere Internazionale d'Arte di Montepulciano

PARIGI — Molti italiani, inglesi, americani, tedeschi o cittadini di qualsiasi altra parte del mondo, che si trovano a Parigi in questo momento vorrebbero fare le valigie e tornare nel loro Paese, ma non lo fanno perché dal 13 Novembre scorso si sentono più parigini di quanto pensano e il loro posto è proprio a Parigi, quella città che li ha accolti, che ha regalato loro una vita, un lavoro, affetti, passioni e amore.

Uno di questi è Enrique Mazzola, direttore musicale dell’Orchestre National d’Île de France, molto legato a Montepulciano e alla Valdichiana perchè dal 1999 al 2003 è stato musicista e direttore artistico del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano.

Enrique Mazzola è nato in Spagna, ha studiato violino e pianoforte, si è diplomandosi a Milano in direzione d’orchestra con Daniele Gatti e in composizione con Azio Corghi. Il maestro è riconosciuto dal pubblico e dalla critica internazionale come uno dei più innovativi e dinamici interpreti della sua generazione. Sempre interessato alla musica d’oggi, si è specializzato nella musica del periodo classico e del primo romanticismo.

Enrique abita nell’11 Arrondissemente, zona dove si trova il Bataclan, locale dove è avvenuta la carneficina più cruenta e dove sono morti 89 ragazzi di diverse nazionalità e cultura, tra cui anche l’italiana Valeria Solesin.

Enrique ci ha raccontato quei tragici momenti alla vigilia del concerto dell'Orchestre National d'Ile de France, che si terrà nella nuovissima Philharmonie, l'edificio-simbolo della musica a Parigi, il quale ha registrato il sold-out con 2400 biglietti venduti.

Maestro, come è il clima in questo momento a Parigi?

“Sono andato a fare una passeggiata nel quartiere, i tipici due passi per andare in banca, farmacia, supermercato e mi sono fermato davanti al Bataclan. Sono tanti i parigini che si fermano davanti alle transenne e leggono i vari messaggi di solidarietà che arrivano da tutto il mondo. Silenzio, mètro piuttosto vuota, ci si guarda tutti negli occhi, e se prima qualcuno vedeva malvolentieri i clochard nella mètro, ora noto un profondo senso di solidarietà. Ho avuto l'impressione, per la prima volta nelle mia vita, che le tragedie uniscono, piuttosto che dividere”.

Dove era venerdì sera durante le stragi e come ha vissuto la situazione?

“Venerdì sera avevo un concerto vicino a Parigi, nella città di Plaisir, a circa 40 chilometri dalla capitale. Immediatamente dopo le ultime note del concerto sono stato informato che qualcosa era successo in città. Sono comunque ritornato a Parigi ascoltando sulla radio varie notizie ancora poco chiare. L'unica cosa che avevo capito: tutto accadeva nelle vicinanze di casa mia. Entrati a Parigi, traffico scarso, sono arrivato fin dover possibile con la macchina e poi ho continuato a piedi, senza sapere cosa sarebbe potuto succedere. Quindi entrato a casa tranquillamente, con me viaggiava anche la compositrice Anna Clyne che alloggiava in un hotel a 200 metri dal Bataclan, non abbiamo neanche provato a raggiungere la zona perché era ancora in corso l'assalto, e quindi, come tanti e tanti parigini in quella notte, che hanno ospitato e improvvisato letti per migliaia di persone che non sono riuscite a rientrare nelle loro case, Anna è rimasta a dormire da me”.

Giovedì 19 Novembre ha un importante concerto a Parigi, ha paura?

“Abbiamo paura? Sì, abbiamo tutti sinceramente paura. Ma suoneremo! Il concerto si terrà nella nuovissima Philharmonie, l'edificio-simbolo della musica a Parigi. Abbiamo il sold-out, 2400 biglietti venduti per un magnifico concerto dell'Orchestre National d'Ile de France”.

Pensa che quello che è successo, in qualche modo, possa cambiare le abitudini dei francesi e il rapporto con la cultura?

“Le sale da concerto, i musei, i luoghi di ritrovo, i centri sportivi sono stati chiusi per tre giorni. Ora, la parola d'ordine è: riaprire. Ho visto negli ultimi giorni i locali notturni e ristoranti ancora pieni, forse non pienissimi come prima”.

I parigini come stanno reagendo?

“I parigini reagiscono! Riprendono il loro stile di vita. Ci sono vari stereotipi sul parigino tipo: ha voglia di divertirsi sempre, è sempre critico su ogni cosa, un po' snob, e poi, esattamente questo quartiere, l'11mo, è il quartiere dei "bobos", parola che deriva da bourgeois-bohème, i giovani in carriera, giovani artisti, letterati, giornalisti, ingegneri, piloti, insegnanti, giovani di orientamento aperto e di sinistra, che si ritrovano spesso la sera nei piccoli bar e locali della zona, che rappresentano un po' il cuore del nuovo spirito parigino”.

Fare musica e cultura rappresenta un modo per favorire l'integrazione?

“Certamente. L'orchestra della quale sono direttore musicale, l'Orchestre National d'Ile de France, si occupa di portare la musica a Parigi ma anche in tutta la regione Ile-de-France, e nei nostri concerti troviamo sempre un pubblico cosmopolita che ben rappresenta la comunità urbana delle balie”.

Se con la musica dovesse lanciare un messaggio, quale pezzo sceglierebbe e perché?

“Adesso vorrei fare un semplice omaggio alle vittime di venerdì e con la mia orchestra abbiamo deciso di eseguire al concerto l'Adagio per archi di Samuel Barber”

Qual è il suo stato d'animo in questo momento?

“Certo, un angolo del mio cervello mi spinge a fare le valige e tornare a Montepulciano in cerca di calma e tranquillità, perché vivere ogni giorno con il timore di un attentato è difficile, ma ormai sono qua, sono qua con la mia orchestra e con le persone a cui voglio bene, e probabilmente questo 13 Novembre mi ha reso più parigino di quanto pensassi. Il mio posto è qua. Dirigerò i concerti, con tutta la mia passione. Chiederò al pubblico di sostenerci, e noi a nostra volta suoneremo non per dimenticare, ma per ricordare che l'arte è vita, è creatività e anche memoria”.


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